Kastellorizo, giugno 2017

Kastellorizo è un’isola «situata nel Mediterraneo orientale – precisa Wikipedia: “si trova a meno di 3 km dalle coste anatoliche della Turchia (dove è conosciuta come Meis) di fronte a Kaş, mentre 72 miglia nautiche la separano da Rodi, da cui dipende amministrativamente».

L’isola è famosa (per il pubblico italiano) per aver dato sede a Mediterraneo di Gabriele Salvatores. Ha avuto una storia tormentata, con un centro abitato sviluppato a fisarmonica a ridosso del porto: un ferro di cavallo naturale che custodisce le attività umane (insieme a un altro piccolo porticciolo, Mandrahi). Attualmente a Kastellorizo abitano qualche centinaio di abitanti. Forse appena due. Dietro ai centri abitati, ci sono diecimila chilometri quadrati di terreno, che ospitano un aeroporto, una base militare, i resti di un’acropoli e soprattutto gli altri veri abitanti: le capre, censite e controllate ma libere di circolare e padrone assolute delle zone più aspre dell’isola.

Un luogo davvero ameno, da tutti i punti di vista, meno due, quello acustico, e quello politico, con un unico oggetto-soggetto a incarnarle entrambe. Una nave militare soggiorna, con motore acceso (invero un generatore a gasolio), tutto il giorno, tutti i giorni, da anni attraccata al lato est del ferro di cavallo. L’effetto percettivo all’orecchio è di continuo disagio: la nave non permette di installarsi nell’ambiente e far fruttare al massimo la propria soggettività acustica. A quota zero, al livello del mare, è praticamente impossibile non sentire il rumore del generatore, se non percorrendo la via di fuga che dal marciapiede a ridosso della nave va verso Mandrahi, vera oasi acustica dell’isola.

Il rumore del generatore è una costante, nata come singolarità, che poi ha appiattito tutto il resto su di sé. È un retro che fa il fronte. Uno sfondo che fagocita le figure. Basta aspettare quel momento (due volte a settimana) in cui la nave parte per fare il giro dell’isola, per lasciare spazio alle manovre del traghetto in arrivo da Rodi. Quel momento tra le due presenze portuali fa percepire per differenza il potenziale generativo di meditazione dell’ambiente sonoro.

La costante del generatore non permette di installare un punto di vista e quindi rende durissima la creazione di uno o più paesaggi sonori. Un’altra fuga da quel suono è possibile, seguendo l’unica strada che va verso l’alto, verso l’aeroporto ma soprattutto il Paleokastro, un luogo spazzato da un vento altrettanto totalizzante, ma in modo diverso. Nave e vento sono i due oggetti sonori – in realtà soggetti acustici a tutti gli effetti, perché agenti fenomenologici del suono, protagonisti della narrazione acustica – che polarizzano l’isola attorno a due forze. La nave è un oggetto che ci avvolge solo acusticamente; il vento ci avvolge fisicamente e di conseguenza anche acusticamente. Nel mezzo, una camminata di un paio d’ore dove le avvisaglie di vento di manifestano a picchi di intensità che lasciano sporadicamente spazio al vero paesaggio acustico dell’isola: ancora le capre.

Esse negoziano la propria presenza, la rendono disponibile, prima presentandoci saltuariamente all’ascoltatore, poi abituandolo alla propria presenza. Se la Nuova Critica Ambientale si basa sulla sua capacità di effettuare un esercizio di taglio – spaziale e temporale, tale esercizio è frutto di una negoziazione fenomenologica. L’effetto di senso è un paesaggio solo quando l’orecchio ha preso posizione e può apparecchiarne le caratteristiche, non solo coglierle.

Non è una questione di animato / inanimato, dato che esseri viventi e non dotati di vita hanno in partenza lo stesso potenziale narrativo. È tutto un fatto relazionale, quindi di modalità di relazione tra soggetti che possono oscillare fino a essere oggettificati (nel paesaggio), altri (la nave) che fanno dell’ascoltatore un oggetto intenzionalmente inerme, altri ancora (il vento) che lottano per annullare il soggetto, ma gli rendono disponibile una scelta: fermarsi e lasciarsi avvolgere, proseguire nel cammino e ritrovare la propria posizione narrativa…

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